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SCULTURE MANDATE A MORTE 
 
Le opere a noi rimaste della scultrice francese Camille Claudel (1868-1943) potrebbero essere tantissime se non avesse deciso di distruggerne parecchie durante il periodo in cui cadde in una profonda depressione; le colpiva con furia usando il martello e fu lei stessa a coniare la parola “esecuzioni” per tali violenze sui suoi capolavori.  
Perché Camille era bravissima e veramente si trattava di capolavori barbaramente mandati in fumo.  
Questa scultrice visse una tormentata storia d'amore con lo scultore e pittore Auguste Rodin (1840-1917), ma lui dopo aver usato il suo talento per farsi aiutare nelle commissioni e la sua bellezza come modella, si rifiutò di sposarla (probabilmente dopo averglielo anche promesso). Rodin preferì rimanere con la fedele compagna madre di suo figlio e quella storia d'amore con l'amante si concluse malamente. Rimanere sola nel periodo in cui la giovinezza inizia a sfiorire, delusa e in ristrettezze economiche, fu troppo per Camille. 
Il suo lavoro di scultrice non poteva gratificarla in quanto non riusciva a fornirle la tranquillità economica e dopo essersi spesa tanto per raggiungere perfezioni scultoree immense, la società la vedeva solo come una donna capace di osare amare fuori dagli schemi. 
Rendendosi conto che non solo l'amore dato, ma anche il suo talento non contava nulla, incominciarono le ossessioni e le furie in grado di mandare in briciole statue meravigliose.  
Nel 1911 alla morte del padre che l'aveva sempre sostenuta, la madre di Camille Claudel firmò le carte per farla rinchiudere in un ospedale psichiatrico, dove rimarrà fino alla morte.  
Al suo funerale non vi parteciperà nessuno, nemmeno l'amato fratello Paul Claudel (1868-1955), poeta e scrittore di talento, il quale non avendo avuto la sfortuna di essere donna, ebbe nella vita un gran successo, arrivando ad essere eletto nel 1946 accademico di Francia. 
 
(FAGR 13-11-17) 
 
 
 
 
 
 
 
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